OMELIE

"Romero e con lui i nuovi martiri, assieme indicano la via della Chiesa di questo inizio di millennio" L'omelia di mons. Vincenzo Paglia nell'anniversario della morte di mons. Romero

 

Memoria del martirio di mons. Romero - Omelia di Monsignor Vincenzo Paglia

Giovanni 10, 11-18
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio".

    Care sorelle e cari fratelli,
sono passati 45 anni da quel 24 marzo del 1980 quando l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, con un colpo solo, fu ucciso mentre stava per iniziare l’offertorio della messa. Aveva appena terminato di predicare. Volevano farlo tacere, e lo uccisero.

È una memoria cara a questa basilica che, fin dal 1982, volle celebrare questo testimone della fede, mentre non poche ostilità si accanivano contro di lui, anche qui a Roma, perché la sua voce fosse sepolta e non potesse parlare. Siamo davvero lieti di poter celebrare la sua memoria martiriale con tutta la Chiesa, con una festività larga come è larga la Chiesa.
E con commozione aspettiamo la beatificazione di Floribert, un figlio della Comunità che si avvicina a monsignor Romero per una analoga motivazione martiriale. E ci piace pensarli vicino, questa sera, l’uno accanto all’altro, con Floribert che testimonia l’affetto che la Comunità ha avuto per monsignor Romero fino dal lontano ’82.
Abbiamo sempre visto monsignor Romero come un buon pastore che, sull’esempio di Gesù, ha dato la sua vita per il suo popolo. Una scelta che non gli derivava dal suo carattere o da una sua predisposizione, ma dall’obbedienza al Concilio. Lo disse chiaramente in un’omelia al funerale di un sacerdote ucciso dagli squadroni della morte.
Romero disse che il Concilio chiede a tutti i cristiani di essere martiri, ossia di dare la propria vita per il Signore e per il Vangelo. E aggiunse: Non tutti, però, avranno l’onore di dare realmente il proprio sangue, di essere uccisi per la fede. Dio però chiede a tutti quelli che credono in lui lo spirito del martirio. Dare la vita, infatti, - continua monsignor Romero – non è solo quando uccidono una persona. Dare la vita, avere uno spirito di martirio, significa servire nel dovere, nel servizio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere. In questo silenzio della vita quotidiana, camminare dando la vita. Questo è essere martiri.
Care sorelle e cari fratelli,
è un insegnamento che ci tocca profondamente. Per Romero non è stato facile conformarsi a Cristo, buon pastore che dà la vita per il Vangelo, ma non ha esitato a seguire l’esempio di Gesù. Era entrato da pochi giorni come arcivescovo della capitale, e gli squadroni della morte uccisero padre Rutilio Grande, un suo carissimo amico.
Quell’assassinio lo toccò profondamente. Si recò nel villaggio dov’era stato ucciso e stette l’intera notte nella piccola chiesa di quel villaggio, a vegliare accanto al corpo martoriato di padre Rutilio, assieme a una folla di contadini, sconsolati per la perdita del loro pastore.
Romero, lo confidò a qualche amico più avanti, quella notte sentì che doveva prendere il posto di padre Rutilio, anche a costo della vita. Non fu una scelta facile, ma la sentì come un obbligo morale.
Nel suo diario, un mese prima dal suo assassinio, Romero scrisse: “In questa settimana sono stato avvertito di serie minacce. Temo per la debolezza della carne, ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza. Mi costa accettare una morte violenta, che in queste circostanze è molto probabile. Gesù Cristo assistette i martiri e se necessario lo sentirò più vicino nell’affidargli il mio ultimo respiro. Ma più prezioso che il momento di morire è quello di affidargli tutta la vita, di vivere per lui”.

Sorelle e fratelli,
Romero oggi splende nel cielo della Chiesa come santo. Splende nell’icona dei nuovi martiri, nella basilica di san Bartolomeo, e la sua reliquia, il suo messale, sta qui sull’altare, per rendercelo ancor più vicino.
Il suo esempio ci sostiene, la sua via di santità è anche la nostra. Lo uccisero perché la sua voce non risuonasse più. Romero parla ancora oggi al mondo e in questo giorno si uniscono a lui tutti i nuovi martiri. Un unico corpo, un unico coro, che assieme indicano la via della Chiesa di questo inizio di millennio.
Il legame che unisce papa Francesco alla canonizzazione di Romero diviene un segno dei tempi, una conferma anche per noi, perché la Comunità continui a comunicare il Vangelo ovunque nel mondo, iniziando dai più poveri. Romero, i nuovi martiri, continuino ad accompagnarci, continuino a sostenerci, benedicano il nostro lavoro, le nostre parole, il nostro amore e ci uniscano a tutti i poveri perché formiamo l’unica, santa, famiglia di Dio.