Comunità di Sant'Egidio: «Aprire spazi per i bambini più vulnerabili»

16 Maggio 2020

Educazionecoronavirus

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Utilizzare l'estate per recuperare il tempo scuola perso a causa del coronavirus, partendo dai bambini delle elementari, che sono stati tra coloro che più hanno sofferto gli effetti della sospensione delle lezioni in presenza. È l'idea della Comunità di Sant'Egidio, presentata ieri mattina dal presidente Marco Impagliazzo, che ha anche lanciato un appello agli educatori e alle istituzioni locali, affinché creino le condizioni per l'apertura di spazi nelle città a misura di bambino. «Per i bambini e i ragazzi questa è stata una prova impressionante e, nonostante tutto, hanno mostrato una grande resistenza», ha sottolineato Impagliazzo, presentando i risultati di un sondaggio effettuato su un campione di 800 alunni, tra i 6 e i 10 anni, di 45 scuole elementari distribuite in 27 quartieri di Roma, della periferia Est e Sud. Nei mesi di marzo e aprile, il 61% degli scolari intervistati non ha effettuato lezioni online, ma ha ricevuto soltanto compiti senza spiegazioni, assegnati tramite il registro elettronico e Whatsapp. Il restante 39% è così suddiviso: 1'11% ha fatto lezione una volta alla settimana, il 29% due, il 28% 3, il 9% 4 e il 2% 5. «Praticamente, un bambino su due ha fatto meno di un'ora e mezza di lezione a settimana negli ultimi due mesi», ha concluso Impagliazzo. Lanciando un «grande appello alla scuola, per evitare che la ripresa delle attività coincida con un'impennata della dispersione scolastica, già oggi al 14,5%». In pratica, Sant'Egidio chiede ai sindaci, «responsabili della certezza dell'obbligo di istruzione», di favorire l'apertura di spazi all'interno delle città per «una dimensione più estesa del- la scuola» nei mesi estivi. Cortili, biblioteche e parchi pubblici, ma anche gli oratori, possono così diventare delle aule a cielo aperto dove, a piccoli gruppi e rispettando le norme di sicurezza, i bambini, «soprattutto quelli più fragili», possano ritrovarsi con insegnanti ed educatori resisi disponibili «su base volontaria». «Dobbiamo colmare il gap tra chi ha avuto la possibilità di continuare a fare scuola e chi, invece, è rimasto indietro, anche pensando a un rientro anticipato in classe per i bambini più vulnerabili e con bisogni educativi speciali», ha aggiunto Impagliazzo. Ricordando che «soltanto il 60% delle famiglie ha avuto la comunicazione per ricevere il device e, alla fine, appena il 5% l'ha ricevuto davvero».


[ Paolo Ferrario ]