Ha un lavoro ma non basta

31 Agosto 2019

SolidarietàScuola di linguamilanoImmigrati

"Avvenire" racconta il Paese degli invisibili: le loro vite sono sospese, ai margini del sistema di accoglienza che non ha più posto per loro, con lo stop alla protezione umanitaria. Finiscono in strada, hanno paura. Un grido da ascoltare.

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Un contratto di lavoro triennale, la tesina su Garibaldi per la terza media, il volontariato ogni domenica, non bastano a Karim per sentirsi "sicuro". Anzi, per la legge "Sicurezza" c'è poco da stare tranquilli. Due mesi fa la Commissione ha detto che il ventiduenne deve tornare in Guinea Conakry, nonostante un certificato medico-legale attesti che i segni sul suo corpo sono le cicatrici delle torture subite. Per questo è scappato, e, dopo l'inferno libico, nel 2017 ha attraversato il Mediterraneo.
A Milano Karim ha subito iniziato a imparare l'italiano; il coronamento degli studi arriva nel giugno 2018: passa l'esame di Stato e ottiene la licenza media. «Mi sono appassionato al ruolo di Garibaldi e Mazzini nell'unificazione d'Italia», tiene a ricordare. Alla Scuola di Lingua e cultura della Comunità di 
Sant'Egidio, invece, incontra gli amici di Genti di Pace, il movimento di "nuovi europei" che si impegna per promuovere la convivenza nella città. La domenica visitano gli anziani di un grande istituto al Corvetto, periferia milanese. «Facciamo amicizia con loro - spiega Karim con semplicità - e cerchiamo di confortarli se il morale è triste. È bello perché ci raccontano come era l'Italia tanti anni fa». Lui si illumina quando parla di Anna, 90 anni: «Era una sarta d'alta moda; suo figlio è in Francia e lei ogni tanto si commuove perché dice che è sola. Allora io le prometto che la domenica successiva torno a trovarla».
«
Sant'Egidio - continua Karim - è diventata la mia famiglia. Non quella del sangue, ma del cuore». L'anno scorso, grazie alla Comunità, ha potuto usufruire di uno stage presso una grande catena di arredamento: «Da aprile - dice con giusto orgoglio - il tirocinio è diventato un contratto triennale». Ora l'obiettivo è la casa: «In realtà potrei già pagarmi l'affitto insieme ad alcuni amici - precisa- ma, con la bocciatura della domanda di asilo, mi è stato suggerito di rimanere nel centro d'accoglienza, in attesa del ricorso». Negare i documenti, infatti, colpisce anche i progetti di indipendenza economica. La vera paura comunque è che il giudice confermi che non può stare in Italia. Tradotto, vorrebbe dire stracciare il contratto e andare a lavorare in nero, niente affitto regolare, e forse non poter più rassicurare Anna di andare a trovarla la domenica successiva.


[ Stefano Pasta ]