Dal campo rom al volontariato "Restituisco l`aiuto che ho avuto"

22 Agosto 2019

Rom e Sinti

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«Non un pallone da calcio ma un furgone bianco stracolmo di pacchi alimentari e di vestiario: quando avevo 5 anni e vivevo al Casilino 900, (il campo nomadi tra via Casilina e via Palmiro Togliatti, oggi sbaraccato, ndr), era questo per me la felicità». Roberto Ademi, 28 anni, nato e cresciuto a Roma ma di origini rom, quando racconta la sua esperienza di vita non può fare a meno di evocare gratitudine e riconoscenza. «Adesso che sono io a preparare e a consegnare i pacchi ai più bisognosi, provo un senso di beatitudine - dice - MI sembra di restituire alla vita quello che ho ricevuto in passato». Quella di Roberto è una storia che porta i segni della povertà e l`odore acre della solitudine, ma anche della rinascita: dal campo rom alle case-famiglia (5 in tutto) al monolocale in zona Talenti dove «pago l`affitto e vivo in uno spazio piccolo ma accogliente». Si è dato da fare non appena maggiorenne come volontario presso la Comunità di Sant'Egidio che «mi ha aperto le porte della solidarietà, dandomi una grande opportunità: aiutare il prossimo», dice.

«Nel mio tempo libero vado in via Dandolo, (dove ha sede la Comunità, ndr), distribuisco pasta, biscotti e capi di abbigliamento. Lì c`è sempre qualcuno in difficoltà, anche solo per farsi una doccia». All'età di 14 anni Roberto perde sua madre. Da qual momento a prendersi cura di lui c`è Susanna, una volontaria della comunità, che «per me è come una seconda mamma». Da sette mesi presta servizio civile nelle biblioteche di Roma (Aldo Fabrizi in via Treia e Marconi in via Gerolamo Cardano). Merito del progetto "La biblioteca fuori di sè", promosso da Roma Capitale. «Insegno anche italiano ai siriani - aggiunge - Ma il mio "passatempo" preferito resta sempre quello: aiutare i più: bisognosi».

Nonostante un curriculum fitto, un diploma in ragioneria, un master in marketing alberghiero e la conoscenza di tre lingue: il serbo, l'italiano e l'inglese, in passato Roberto ha lavorato come cameriere, commesso e barista. «Ho fatto anche il grafico a Corviale - aggiunge - senza però abbandonare mai il volontariato». Poche parole, a fatica, sulla sua famiglia d'origine. «Sono più di 10 anni che non vedo mio fratello. Mio papà non l'ho mai conosciuto. Ogni tanto, invece, incontro mio zio. ..». Poi torna ai ricordi di quando viveva al Casilino 900: «La prima volta che il camper della comunità di Sant'Egidio ha superato i cancelli del campo con a bordo i pacchi, il mio cuore si è riempito di gioia. È stato bellissimo ma strano. In quegli scatoloni c`era di tutto: indumenti intimi, calzini, scatolette di tonno e asciugamani. Già allora Susanna era amica di mia mamma. A lei devo l`uomo che sono».


[ laura barbuscia ]