Chinati sull'uomo ferito

11 Febbraio 2019

Sant'Egidioanniversario comunità

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Un rinnovato invito «a lasciare tutto, comprese le reti della nostra quotidianità» - per non venir «meno al gioioso servizio di sentirci fratelli di tutti» e «di chinarci sull'uomo ferito», lavorando come cristiani per la pace, l'incontro, il dialogo e l'autentica fraternità - è stato rivolto alla comunità di Sant'Egidio dal cardinale Angelo De Donatis, vicario di Roma.
Il porporato ha celebrato sabato 9 febbraio, nella basilica di San Giovanni in Laterano, la messa per il 510 anniversario di fondazione, che ha concluso il giubileo d'oro del movimento, nato nel 1968 nell'omonima chiesa di Trastevere per iniziativa di un gruppo di studenti romani guidati da Andrea Riccardi. Oggi ne fanno parte oltre sessantamila persone in più di 70 paesi.
Hanno concelebrato i cardinali Re, Kasper, Krajewski e Becciu, una decina di presuli, tra cui gli arcivescovi Paglia, Zuppi, Marchetto, Tolentino de Mendonta, e numerosi prelati e sacerdoti, tra i quali monsignor Camilleri, sottosegretario per i rapporti con gli Stati. Erano presenti il fondatore, il presidente Marco Impagliazzo, rappresentanti delle istituzioni e di altre Chiese e comunità cristiane, e il "popolo di Sant'Egidio": senzatetto, anziani in difficoltà, disabili e rifugiati giunti in Italia attraverso i corridoi umanitari.
All'omelia il cardinale vicario ha esordito cercando di individuare «per quali ragioni quei giovani romani» che hanno avviato quest'esperienza decisero «di seguire il Vangelo e di non rimanere chiusi nei ragionamenti ideologici o nella rabbia corrosiva che percorreva il finire degli anni Sessanta». E la spiegazione sta nel fatto che la comunità «è nata in preghiera, è cresciuta con la condivisione dell'ascolto della Parola» e «tuttora si nutre - nonostante itinerari e iniziative molteplici - della lode del Signore e della sua misericordia». Infatti, ha aggiunto, «alla sera i fratelli e le sorelle» di Sant'Egidio «insieme ai loro amici si riuniscono per cantare la parola del Signore e invocare il dono della pace». Con una missione, che è poi la vocazione di ogni cristiano: «inondare la terra di speranza», per amore di quella "fratellanza" che costituisce una delle parole chiave del pontificato di Francesco, richiamata più volte anche durante la recente visita negli Emirati Arabi Uniti.
In particolare il cardinale vicario ha rilanciato l'attenzione sulla città di Roma: «Sentiamo la necessità - ha detto - di continuare a ricucire il tessuto lacerato e strappato della società, soprattutto in periferia, dove Sant'Egidio lavora per creare reti di amicizia e solidarietà. La forza del servizio, rivolto soprattutto ai più poveri, ai "dimenticati", sta nell'amicizia, nel proporre percorsi di fraternità».
Dall'Urbe all'orbe, il cardinale De Donatis ha poi esteso questa consegna alle periferie del mondo «dove non arrivano comunicazioni di benessere e di solidarietà, ma sopravvivono logiche di sfruttamento e di sopraffazione: in paesi oppressi da miseria e da guerre civili, la comunità si offre come ponte di dialogo per assicurare la dignità a ogni creatura». Specialmente, ha aggiunto accennando al tema dei migranti, «nelle acque del Mediterraneo, ultimo approdo dei disperati in fuga da guerra, violenze, schiavitù, oppressione, miseria crescente». E il riferimento è «ai corridoi umanitari, esperienza condivisa con altre comunità cristiane per accompagnare la sofferenza» dei rifugiati.
Ritornando infine al territorio della diocesi, il cardinale vicario ha ricordato come, «unitamente alle comunità parrocchiali e al grande lavoro della Caritas», Sant'Egidio si sia «fatta portavoce delle istanze degli ultimi della città» mettendosi «in ascolto dei nuovi bisogni». E «vedere giovani e anziani che cantano e che sorridono insieme, tra una preghiera e l'altra, trasmette fiducia». Da qui la raccomandazione conclusiva: «Siate in questa Chiesa di Roma un segno di unità e di comunione con tutti coloro che sentono la passione per il Vangelo. Non perdete occasione per lavorare in comunione con tutta la diocesi» e per «essere strumenti di pace e di fraternità nella nostra Roma in trasformazione, nella città di Pietro assetata di verità e solidarietà».

 

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